Moody’s declassa la Grecia e 26 banche: guerra alle agenzie di rating

Politici e banchieri si scagliano contro le agenzie di rating. Moody’s, Standard&Poor’s e Fitch, le tre società più potenti del settore, sono nel mirino dei commentatori dopo la decisione della prima di tagliare il giudizio su 26 banche italiane, il 14 maggio scorso. Pier Ferdinando Casini, leader dell’Udc, ha avanzato addirittura l’ipotesi di un “disegno criminale” e di “attentato all’economia”, “contro l’Italia e l’Europa”.

L’opinione diffusa è che non ci siano state novità tali da giustificare un declassamento così ingente. Sulle agenzie di rating, quindi, sono piovuti gli strali dell’Abi (associazione banche italiane) che ha parlato di una mossa “irresponsabile, incomprensibile e ingiustificabile”. Un’altra critica riguarda i tempi della bocciatura, arrivata quando l’andamento dei titoli bancari in Borsa era già stato condizionato dai timori del crollo dell’euro per l’aggravarsi della crisi politica in Grecia. Il 17 maggio, Fitch ha declassato il debito greco al livello CCC, sinonimo di “altamente speculativo” e soggetto a “rischio considerevole” di perdere il proprio capitale.

Qual è l’identikit delle agenzie di rating e perché hanno assunto un potere così forte? Innanzi tutto, i tre colossi sono tutti negli Stati Uniti. In secondo luogo, come sottolinea il Financial Times, è necessaria una maggiore concorrenza in questo settore, perché queste tre sigle – da sole – “forniscono oltre il 95% dei rating sul credito nei mercati occidentali” ed è quindi necessaria una riforma del loro funzionamento. Nell’ombra si avvicina la cinese Dagong, che ha scelto di aprire a Milano il suo primo ufficio europeo, all’inizio del 2013.

A gennaio, il numero uno della Banca centrale europea, Mario Draghi, si è spinto fino a dire che “bisognerebbe imparare a vivere senza le agenzie di rating o quanto meno a fare meno affidamento sui loro giudizi”. E da anni, gli attacchi più forti alle agenzie di rating prendono di mira il loro conflitto d’interesse con i mercati al quale devono dare le pagelle, perché la loro stessa proprietà azionaria è composta da fondi di investimento che gestiscono interessi diretti in obbligazioni e valute: ad esempio, Capital World Investment è allo stesso tempo il primo azionista di Standard & Poor’s e il secondo di Moody’s.

Le critiche però non devono far perdere di vista, afferma il quotidiano londinese, l’esigenza di uno sguardo critico sul settore finanziario: Fitch, uno dei tre colossi del rating, ha diffuso il 17 maggio una stima molto scomoda per le 29 maggiori banche mondiali, che entro il 2018 avranno bisogno di altri 556 miliardi di dollari per adeguarsi alle nuove norme imposte da Basilea 3. Un dato che rende l’idea del lavoro ancora da fare per mettersi al sicuro.

Andrea Paternostro

Fisco e imprese: compensazione per onorare i crediti, moratoria di un anno per i debiti con Equitalia

Si avvicina lo sblocco delle risorse reclamate dalle imprese nei confronti dello Stato: “In questi giorni si completeranno i decreti che permetteranno di rendere liquida la parte rilevante dei crediti scaduti della pubblica amministrazione” ha dichiarato giovedì il ministro dello Sviluppo economico, Corrado Passera. Per quanto riguarda i crediti tra privati, il problema sarà risolto invece “attraverso l’adozione della direttiva europea che introduce e assicura una disciplina dei pagamenti che oggi nel nostro Paese non c’è” ha aggiunto Passera.

I tempi del rimborso. Dopo la firma dei decreti, però, le imprese dovranno pazientare alcuni mesi per ricevere i soldi, perché è necessaria un’intesa con le banche. Dal canto loro, gli istituti di credito promettono di sbloccare i fondi in “poco tempo”, avendo “già raggiunto un accordo con le associazioni delle imprese, che dovrà essere rimodellato” sottolinea il direttore dell’Abi, Mussari. Le aziende creditrici della Pubblica amministrazione vantano crediti stimati tra 70 e 100 miliardi di euro (18 miliardi soltanto quelli della P.a. centrale): per coprire una cifra così alta, il premier Monti sta lavorando all’ipotesi di pagare le imprese con titoli di Stato.

I tre decreti. Il primo provvedimento del governo sarà relativo alla “certificazione dei crediti”, un’operazione burocratica fondamentale per trasformare le fatture in crediti esigibili in banca; il secondo decreto regolerà la garanzia posta dallo Stato sui crediti; il terzo decreto, infine, riguarda la possibilità di compensare i crediti vantati nei confronti degli enti locali con i debiti “iscritti a ruolo”, ovvero le somme dovute dagli imprenditori al Fisco.

Moratoria debiti Equitalia. Giovedì la Camera ha approvato quasi all’unanimità un ordine del giorno della Lega che impegna il governo (che ha dato parere favorevole) a una moratoria di un anno dei debiti con il Fisco, per le imprese in difficoltà che saranno individuate da Equitalia.

Sospensione mutui Pmi. Quest’anno l’Abi, associazione delle banche italiane, ha deciso di prorogare la sospensione dei debiti per le piccole e medie imprese in lotta con la crisi, che in molti casi ne ha ridotto la liquidità. Le agevolazioni sono di tre tipi: sospensioni (congelamento dei mutui per un anno o dei leasing mobiliari e immobiliari per 6 o 12 mesi; in entrambi i casi per la sola quota di capitale delle rate, purché non scadute da oltre 90 giorni); allungamenti della durata dei finanziamenti (non oltre due anni per i mutui chirografari, tre anni per quelli ipotecari). Per aderire occorre avere non più di 250 dipendenti e meno di 50 milioni di fatturato o un attivo di bilancio inferiore a 43 milioni; l’azienda deve essere “in bonis” (non in posizione debitoria, né con procedimenti in corso). Le domande vanno presentate entro il 31 dicembre; se per quella data i mutui sono sospesi, il termine è il 30 giugno 2013.

Andrea Paternostro

Come nel 1929, la Grecia corre a mettere i soldi sotto il materasso. Quali conseguenze per mutui e famiglie?

La Banca centrale greca lancia l’allarme ritiro depositi: i cittadini ellenici stanno correndo agli sportelli per prelevare i loro risparmi, temendo una forte svalutazione della moneta. Come nel 1929, 83 anni dopo. L’ipotesi di un’uscita della Grecia dall’euro (dopo il naufragio delle trattative per il governo di unità nazionale, il 15 maggio) fa temere il crollo degli altri Paesi europei più esposti alla crisi – Portogallo, Spagna e Italia – e forse della stessa moneta unica.

I costi dell’eventuale default greco (il fallimento dello Stato che non riesce più a pagare i propri debiti) per i cittadini sarebbero pesanti. Ecco un confronto pratico delle conseguenze nei due possibili scenari: la permanenza di Atene nell’euro o il ritorno alla dracma (ipotesi non prevista a livello formale dai trattati) e uno sguardo alle recenti buone notizie finanziarie per l’Italia.

Corsa al prelievo. Cosa hanno davvero in comune il 2012 e la “grande crisi” del secolo scorso, quando gli americani impauriti si affollarono agli sportelli per ritirare i propri averi? Complice il crollo di Wall Street, in quel contesto drammatico si aggravò la crisi di liquidità delle banche, che non riuscirono più a restituire denaro ai risparmiatori. Oggi ad Atene sta avvenendo qualcosa di molto simile, ma ancora a livello embrionale: in soli due giorni, il 14 e 15 maggio, sono stati ritirati da bancomat e filiali 1,2 miliardi di euro, un prelievo di massa che sembra continuare e che potrebbe intensificarsi in vista delle incerte elezioni di giugno.

Atene resta. Se la politica deciderà di salvare la Grecia, è ipotizzabile un lungo periodo di “guarigione” per il Paese ellenico, in attesa della ripresa economica europea. Per i mutui stipulati dalle famiglie, in questo caso, non sono previsti stravolgimenti. Il parametro fondamentale per calcolare il costo del mutuo, quando il tasso è fisso, è l’Euribor, composto dal costo del denaro più uno spread (il guadagno della banca). In questo periodo le banche stanno già applicando ai clienti spread alti.

Atene fuori. Con l’uscita di scena della Grecia, si aprirebbero invece prospettive diverse che tirano in ballo il ruolo della BCE: per evitare contraccolpi, la banca centrale dovrebbe continuare a garantire liquidità alle banche, altrimenti si avrà un rialzo dell’Euribor e – a catena – gli istituti di credito saranno portati “scaricare” sui consumatori i costi delle difficoltà di accesso al credito, aumentando il loro spread: a subirne le conseguenze saranno i nuovi mutui, a prescindere dal tipo di tasso, ma è difficile quantificare i possibili rialzi.

Speranze per l’Italia. Dal terzo Rapporto sulla stabilità finanziaria (Rsf) della Banca d’Italia, diffuso a maggio, emergono però alcune caratteristiche positive dell’Italia, rispetto alle altre 11 economie analizzate (Canada, Francia, Germania, Giappone, Gran Bretagna, Grecia, Irlanda, Olanda, Portogallo, Spagna e Stati Uniti). Il debito dei privati piuttosto basso e il buon livello di avanzo primario nel bilancio dello Stato, tra gli altri fattori, ispirano ottimismo e l’Italia incassa buoni voti anche dagli indicatori di lungo periodo, calcolati dalla Commissione Europea (indice S2 e indice di vulnerabilità fiscale) e dal Fondo monetario internazionale (indice di sostenibilità).

Andrea Paternostro

Emergenza suicidi per la crisi? Di sicuro c’è solo il rischio emulazione

Giornali, televisioni, web: i media mettono in risalto le storie drammatiche di chi non ce l’ha fatta a reggere il peso della crisi, quasi 40 persone da gennaio. Ma si tratta davvero di un fenomeno pericolosamente in crescita, rispetto agli ultimi anni? Nelle scorse settimane, esperti e centri di ricerca hanno provato a rispondere a questa domanda. I guai di cittadini e imprese, sempre più in lotta per mettere un freno ai debiti con le banche o con il Fisco, sono più che concreti. Ma l’unica cosa che mette d’accordo tutti è il rischio emulazione: il modo in cui sono presentate queste notizie porta gli individui più fragili a identificarsi con il suicida e potenzialmente a ripetere il gesto.

 

I numeri. Si chiama “effetto Werther” come il protagonista del romanzo di Goethe: 56 ricerche internazionali mostrano la potenza dell’esposizione ai media su chi non pensava a levarsi la vita, afferma il sociologo Marzio Barbagli. Per Barbagli, intervistato dal quotidiano La Repubblica, “non c’è nessuna emergenza suicidi” per motivi economici. Seguendo la fredda logica dei numeri (riferiti però al 2009) al di là dell’onda emotiva che sbatte il gesto in prima pagina, il tasso di suicidio in Italia è di 6,6 casi ogni 100mila abitanti, circa 3.800 nei dodici mesi. In linea con gli anni precedenti. Discorso simile per la Grecia, dove secondo Barbagli il tasso di suicidio continua a essere tra i più bassi d’Europa, nonostante in questi giorni si trovi nel baratro dell’incertezza politica che aggrava il suo disastro finanziario e la spinge ai margini dell’euro.

Autonomi a rischio. Nel secondo rapporto Il suicidio in Italia al tempo della crisi, diffuso a metà aprile, l’EURES descrive però una situazione un po’ diversa: una persona al giorno si uccide per il crollo della situazione economica. Le ristrettezze pesano su imprenditori e autonomi, oltre che sui disoccupati (tra questi, 362 suicidi nel 2010 e 357 nel 2009: un netto aumento rispetto alla media di 268 del triennio 2006-2008). Tra gli imprenditori, le persone che si sono tolte la vita sono state 336 nel 2010, in lieve calo rispetto ai 343 dell’anno precedente. Nei momenti di difficoltà, spiega l’EURES, il rischio di un gesto estremo è più alto per chi lavora in proprio, meno per i dipendenti. Inoltre, i suicidi riguardano quasi sempre i maschi, oltre il 90% dei casi. Con un campanello d’allarme per gli “esodati” (i lavoratori che hanno lasciato l’azienda certi della pensione, ma ora hanno difficoltà a ottenerla) visto l’incremento del 12,6% dei suicidi nella fascia 45-64 anni.

Andrea Paternostro

 

I suicidi per motivi economici negli ultimi anni (fonte: Eures su dati Istat)

Anno

Numero di suicidi economici

Percentuale sul totale suicidi

2010

187

6,1%

2009

198

6,6%

2008

150

5,3%

2007

118

4,1%

2006

115

3,8%

2013, addio a Equitalia: il futuro della riscossione passa dai Comuni

Non era mai stata così alta la tensione nei confronti di Equitalia, la società pubblica (51% Agenzia delle Entrate, 49% Inps) concessionaria della riscossione per conto del Fisco, un ente che ogni anno rastrella oltre 7,7 miliardi di euro. Il 12 maggio scorso l’assalto agli uffici di Livorno, nello stesso giorno l’attacco alla sede di Napoli con un presidio di cittadini inferociti, poi degenerato in tafferugli. Nel mezzo, la lunga serie di suicidi da parte (soprattutto) di imprenditori alle prese con le cartelle esattoriali.

Le difficoltà dei contribuenti hanno riportato in prima pagina la situazione del settore, anche perché a gennaio 2013 entrerà in vigore la legge che prevede la riscossione autonoma da parte dei Comuni: in ballo ci sono circa 8 miliardi di euro di imposte ancora da riscuotere da parte di 6 mila enti locali, con un potenziale contraccolpo per le loro casse, dato che dovranno registrare come perdite di bilancio le somme non esigibili.

Ecco quindi lo scenario futuro della riscossione: l’Anci (associazione nazionale dei Comuni italiani) sta lavorando per costituire una nuova società, nel cui capitale entrerà il vincitore del bando pubblico che sarà indetto per sostituire Equitalia. L’obiettivo degli enti locali, infatti, è organizzarsi in proprio per pagare meno commissioni al nuovo esattore nazionale. Un soggetto sul quale saranno puntati gli occhi di imprese e cittadini, nella speranza che siano introdotte modalità di esazione meno aggressive: “Non si può ricorrere alle ganasce fiscali quando l’introito non pagato dal contribuente è di poche centinaia di euro” ha detto il sindaco di Milano, Giuliano Pisapia, in un’intervista a Il Mattino.

Alcune grandi e medie città hanno però deciso di muoversi in completa autonomia: è il caso della capitale, dove il sindaco Alemanno ha annunciato che la riscossione sarà gestita dalla controllata Aequa Roma; a Torino lo fa già la Soris (Società Riscossioni s.p.a.), ma alla lista dei primi cittadini che stanno “licenziando” Equitalia in anticipo si sono aggiunti nelle ultime settimane Riccione, San Donà di Piave, Sassuolo e Vigevano.

Sull’onda della crescente tensione sociale, il governo valuta una mossa d’anticipo per tagliare i costi della riscossione: è allo studio del ministero dell’Economia la riduzione dell’aggio – la tariffa aggiuntiva per il servizio di Equitalia – dal 9% al 7%. Allo stato attuale, questo costo viene diviso tra il contribuente (che paga il 4,65%) e il creditore (lo Stato o gli enti locali, che coprono il 4,35%) ma solo per le cartelle esattoriali pagate entro 60 giorni, altrimenti le spese sono interamente a carico del cittadino.

Andrea Paternostro